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Scuola di Cura di sé - Counseling Integrativo - Psicoanalitico-Filosofico-Artistico

 

APPROFONDIMENTI

 

Il laboratorio esperienziale - Tullio Carere-Comes

La filosofia come cura di sé - Luca Panseri

Creatività e cura di sé - Nicoletta Freti

 

Il laboratorio esperienziale

Tullio Carere-Comes

Il laboratorio è proposto a tutti coloro che desiderano addestrarsi alla cura di sé nella relazione di cura reciproca. Possono partecipare coppie già formate o persone singole che troveranno un partner per il lavoro all'interno del laboratorio. L'idoneità del candidato dovrà essere verificata nel colloquio di valutazione necessario per l'iscrizione alla scuola. Il laboratorio non può essere inteso come sostitutivo di una psicoterapia per chi ha disturbi o problemi tali da richiederla.

La tecnica fondamentale del laboratorio è semplice. Si formano delle coppie di lavoro, al cui interno uno dei due partner assume il ruolo del cliente e l'altro quello del counselor (nel corso della stessa giornata di laboratorio i due si scambieranno le parti: il counselor diventerà cliente e viceversa). L'idea alla base del laboratorio è che la funzione terapeutica non sia una prerogativa  di professionisti addestrati a svolgerla. La cura di sé e dell'altro è basilare in tutte le relazioni di crescita e avviene grazie alla risposta che il curante dà ai bisogni elementari di cura propri di ogni essere umano. Il laboratorio ha la finalità di addestrare i partecipanti a riconoscere questi bisogni elementari e a rispondervi in modo adeguato.

Anche l'istruzione di base data al cliente è semplice: "Metti l'attenzione sul respiro e dimmi quello che ti succede". Questa istruzione può essere considerata una variante della regola fondamentale della psicoanalisi ("dimmi tutto ciò che ti passa per la mente"), con un paio di differenze significative. "Dimmi che cosa ti succede" include "tutto ciò che ti passa per la mente", ma dirige l'attenzione sull'esperienza del momento, piuttosto che sulle libere associazioni. È un "dimmi che cosa senti", piuttosto che "dimmi che cosa pensi" ("dimmi anche che cosa pensi, ma secondariamente a ciò che senti"). Il cliente è invitato a cogliere l'esperienza del qui-e-ora, con particolare riferimento alle sensazioni corporee, alle emozioni e ai sentimenti. È invitato a usare il linguaggio prevalentemente per descrivere l'esperienza del momento, riducendone per quanto possibile l'uso discorsivo, argomentativo e narrativo. In particolare, il cliente è invitato a prestare attenzione all'esperienza del rapporto con il partner (il suo counselor) e con il gruppo.

La differenza principale con la psicoanalisi consiste nel fatto che il cliente è invitato non solo a prestare attenzione a sentimenti e pensieri e verbalizzarli, ma anche a riportare continuamente l'attenzione al respiro. Questa tecnica, mediata dalle "breath therapies", e prima ancora da molte tecniche tradizionali di meditazione, ha diversi obiettivi. In primo luogo il tornare continuamente al respiro è un modo per spezzare gli automatismi percettivi,verbali e comportamentali, riportando il soggetto alla presenza a sé stesso qui-e-ora. In altre parole è un modo per tornare continuamente all'esperienza genuina del momento, abitualmente coperta dai circuiti automatici che catturano l'attenzione.  In secondo luogo, il suggerimento di praticare una respirazione profonda (lenta ma più profonda del normale e "a pieni polmoni", cioè diaframmatica) oltre a facilitare il compito di dirigere l'attenzione sul respiro facilita il contatto con l'esperienza profonda, cioè con emozioni abitualmente escluse dalla coscienza. In altre parole, la respirazione profonda facilita la comunicazione con l'inconscio (è stato detto che se il sogno è la via regia all'inconscio, la respirazione profonda ne è la via imperiale). In terzo luogo la respirazione, con le due fasi inspiratoria ed espiratoria, è naturalmente strutturata secondo un ritmo di prendere e lasciare andare che ha una particolare affinità con la dialettica del controllo e dell’abbandono, di cruciale importanza nella cura di sé.  (Su questa dialettica, e sulle istruzioni per l’uso del laboratorio, v, il Manualetto, da cui è estratto il testo che precede).

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La filosofia come cura di sé

Luca Panseri

Nel documento di presentazione Tullio Carere ha sinteticamente illustrato le tre radici culturali che ispirano gli insegnamenti della nostra scuola : quella psicoanalitica, filosofica e artistica.

In questo breve scritto si prenderà in esame il versante filosofico della cura di sé introducendo alcuni temi che saranno ripresi più dettagliatamente durante le lezioni in aula.

La filosofia occidentale è stata in origine, cioè in epoca greco-romana, inseparabile dall’idea di cura di sé. Per i filosofi antichi, la filosofia infatti non consisteva solamente in un’attività speculativa ma era innanzitutto un modo di vivere. Ogni discorso teorico, anche il più complesso e sofisticato, era inscindibilmente connesso ad un’esigenza pratico-formativa, attraverso la quale il filosofo cercava di realizzare l’obbiettivo della propria esistenza e cioè il raggiungimento della saggezza.

La filosofia doveva formare più che informare, divenire cioè una pratica di cura personale e interpersonale. Gli esercizi spirituali dei filosofi antichi erano vere e proprie pratiche esperienziali, modalità di lavoro su di sé per operare una continua trasformazione.

Le differenti scuole filosofiche (stoiche, epicuree, ecc) elaborarono una serie di pratiche filosofiche, esercizi che miravano a favorire il progresso psicospirituale e che guidavano verso la ricerca della saggezza. Vuoto era considerato il discorso del filosofo se incapace di curare le malattie dell’anima (Epicuro).

I successivi sviluppi della filosofia sia nel corso del medioevo che nell’età moderna si sono allontanati da questo modo di intendere il filosofare. Se nei primi secoli la filosofia cristiana, avendo incorporato elementi della filosofia greco-romana, fu anch’essa intesa come una maniera di vivere (il cristiano era un filosofo che doveva “vivere” in conformità alla Ragione divina – la legge del Logos ) in epoca medioevale si pose fine alla “confusione che esisteva originariamente nel cristianesimo fra la teologia, fondata sulla ‘regula fidei’, e la filosofia tradizionale, fondata sulla ragione” (Hadot, 2002). La filosofia divenne l’“ancella della teologia”, iniziò ad essere insegnata nelle università e assunse un carattere eminentemente astratto in cui l’aspetto speculativo si distanziava totalmente dalla pratica di vita e in cui la filosofia divenne materia di specialisti per specialisti. Fu il periodo della filosofia “scolastica” il cui influsso si è mantenuto nei secoli e che ha progressivamente relegato il pensiero filosofico nelle enclavi universitarie. Anche a partire dalla fine del XVIII° secolo, quando cioè la filosofia conquistò la sua autonomia rispetto alla teologia, essa rimase prevalentemente un discorso specialistico tranne alcune eccezioni ( Kierkegaard, Schopenhauer, Nietzsche). La filosofia moderna è anzitutto “un discorso che si svolge nelle lezioni, che si affida ai libri” (Hadot, 2002) invece di essere, come auspicava Schopenauer “un raggio di luce che cada sull’oscurità della nostra esistenza” per rischiararla e orientarla. 

Cercheremo nelle nostre lezioni di approfondire anche alcuni aspetti degli insegnamenti filosofici orientali per i quali, a differenza di molta filosofia occidentale, l’intento della cura è sempre stato prevalente e gli aspetti speculativi sono stati sempre posti al servizio di una vita di conoscenza e liberazione.

Filosofo, per noi, è colui che, nell’antichità come ai nostri giorni, decide di condurre un’esistenza improntata alla ricerca, alla conoscenza di sé e alla cura della propria unità somato-psichico- spirituale. Nel filosofo è avvenuta una conversione, un passaggio dal livello convenzionale a quello post-convenzionale in cui le scelte etiche ed esistenziali non sono più vincolate a un insieme dato di principi, ma sono il risultato del costante tentativo di affidarsi alla guida della propria coscienza. 

Sappiamo bene però che la nostra coscienza ordinaria, oscurata da ogni sorta di condizionamenti biologici, culturali ed economici non può essere di per sé la fonte di conoscenza, ispirazione e guida di cui l’uomo contemporaneo ha bisogno. Se vogliamo che la nostra coscienza diventi una guida affidabile dobbiamo sottoporla continuamente a un lavoro di decondizionamento e chiarificazione nella prospettiva di una formazione personale permanente che è un aspetto centrale nella nostra Scuola. Se quindi non vogliamo delegare né alle religioni tradizionali né ai moderni miti della scienza e della tecnica la guida delle nostre esistenze dobbiamo diventare consapevoli della necessità di un incessante lavoro filosofico di orientazione nella ricerca di spazi di libertà e possibilità (Jaspers, 1955). In questa ricerca il filosofo è atopos, senza un luogo su cui posare il capo, perché ogni identificazione e appartenenza rischiano di trasformarsi in nuove schiavitù, di irrigidire e paralizzare l’incessante movimento di apertura e interrogazione. Anche approfondendo le conoscenze specifiche del campo di competenza (nel nostro caso la “scienza” psicoterapeutica) ci si renderà conto della relatività di ogni sapere, della necessità di un oltrepassamento in cui cercare il senso di ogni conoscenza. Il filosofo si pone quindi di fronte ad ogni conoscenza considerandola come un rimando ad un ulteriorità che mai potrà essere compiutamente conosciuta ma a cui ci si potrà continuamente appellareed affidare in un’inesauribile ricerca di senso.  Non un senso definitivo quindi, ma un significato per il momento presente, che ci viene donato solamente se in noi si è creato uno spazio sufficientemente vuoto, vuoto di ogni sapere preconcetto, di ogni pregiudizio. Per questo noi intendiamo il lavoro filosofico come una continua ascesi, “il travaglio di una mutazione dolorosa in cui è piuttosto il nostro proprio essere che è in questione, la sua capacità ... di resistere all'improvviso vuoto di realtà e di valore che affligge il mondo finora dato al nostro agire indaffarato e ansioso” (De Monticelli, 2000). Ognuno di noi si accosterà a questa "pratica" portandosi dietro il proprio bagaglio di problemi , teorie, pensieri e condizionamenti ma facendo gradualmente esperienza di come, almeno parzialmente e per brevi periodi, sia possibile disattivare gli automatismi percettivi attraverso momenti di sospensione del giudizio e di distacco.

Come gli antichi utilizzavano pratiche ed esercizi  per raggiungere questa condizione di distacco, anche nella nostra “pratica filosofica” ci avvaliamo delle tecniche messe a punto dalle antiche tradizioni sia orientali che occidentali. In particolare, cardine del nostro lavoro di ricerca filosofico-terapeutica, è la tecnica della respirazione profonda (RP). Il respiro è il veicolo che permette al filosofo il viaggio di esplorazione attraverso i territori della nostra unità somato-psichico-spirituale  mantenendo l’alternanza del fluire. La dialettica inspirazione-espirazione, la necessità di non sostare in permanenza in alcuna delle polarità per mantenere il flusso vitale, diviene esperienza e metafora di ogni movimento dialettico in cui il filosofo si trova incessantemente impegnato nel confronto delle varie posizioni. Di fronte all’eterno mistero dell’esistenza la razionalità del filosofo deve essere “critica , nel senso di applicarsi all’individuazione dei principi, delle conoscenze, delle norme meglio giustificabili e affidabili, pur rimanendo intrinsecamente aperta, non già al “dubbio sistematico”, corrosivo e gratuito bensì alla considerazione di nuove ragioni che possano indurci a riesaminare anche quanto si riteneva sufficientemente appurato”. (Agazzi)

La consapevolezza filosofica è dunque legata al sapere di non sapere nulla con certezza, a una conoscenza mai definitiva e dogmatica ma costantemente aperta all’indagine, per raggiungere, di volta in volta, “un sapere essenziale, sufficiente alle necessità del momento, ma mai definitivo o  esaustivo” (Carere, 2006). Il filosofo, almeno per come noi ci sforziamo di essere filosofi, è un uomo animato da una forte fede. Non una fede in una religione o in un’istituzione, ovviamente, ma una fede nella verità, o nel logos, nella logica di ogni situazione.

Avere fede nel logos significa coltivare la fiducia che, aprendoci senza preconcetti all’indagine di qualsiasi fenomeno, la verità, la logica del fenomeno indagato si mostrerà in modo sufficientemente chiaro. Ogni esperienza, ogni evento diventeranno quindi accessi per la nostra “ricerca infinita dell’essenziale”( De Monticelli, 2006).

Questa ricerca però non è un esercizio solipsistico ma un costante impegno al dialogo. Il logos si incarna infatti nel dia-logos, in quel “combattimento d’amore” con cui Jaspers designava l’autentica comunicazione filosofica dove due persone unite da un comune progetto di ricerca creano lo spazio affinché la verità si riveli. “La verità comincia a due”, quando cioè si entra in comunicazione con l’altro, non con l’intenzione di persuaderlo, ma per attuare con lui un lavoro di verifica e confronto alla ricerca del vero. Il vero filosofo cerca infatti “la critica più estrema. Vuole che niente resti nascosto, velato, vuole che gli sia dato da vedere con una franchezza senza riserve, vuole per così dire fondersi al fuoco della critica per resuscitare se stesso”. (Jaspers)

Come per gli antichi la filosofia era un’esperienza comunitaria, sia che essa si svolgesse nelle comunità pitagoriche o nei convivi platonici, così noi ci proponiamo di sviluppare un percorso filosofico che, partendo dalle singole esperienze individuali di ricerca, possa diventare un’esperienza condivisa, uno sforzo comune di confronto, sostegno e nutrimento alla ricerca della verità. Anche noi crediamo con Vero Tarca (2003) nella costruzione di un’esperienza “che costituisca un luogo di coincidenza dell’individuo in quanto disponibile all’autocorrezione e della comunità in quanto orizzonte correttivo”.

Le lezioni prenderanno in esame le scuole e i filosofi che, a nostro giudizio, hanno inteso la filosofia come pratica di vita e forniranno, oltre ad un inquadramento teorico, la possibilità di iniziare un esercizio di pratica filosofica attraverso il confronto dialogico e l’esperienza di alcune tecniche come la sospensione del giudizio (epochè ) o la pratica della meditazione di consapevolezza (Vipassana).

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Creatività e cura di sé

Nicoletta Freti

Il bello di essere artista è che tu puoi guardare dentro di te, perché questo sai fare. Più guardi dentro di te maggiore è la possibilità che fuoriesca un altro lato di te stessa sul quale la gente può proiettarsi (Marina Abramovich).

Le pratiche artistiche sono spesso utilizzate come via verso la scoperta della propria interiorità e l’espressione dei propri pensieri inconsci. Il panorama artistico contemporaneo è in questo senso territorio molto fertile e ricco. Molti sono gli artisti che hanno usato la pratica dell’arte per approfondire la conoscenza di sé, portando a volte il proprio percorso fino all’estremo limite della sopportazione umana.  La scena attuale, in piena vitalità nonostante le numerose contraddizioni che la caratterizzano, fornisce innumerevoli spunti di ispirazione a chi è interessato all’arte come pratica di cura di sé.

Il frammento, il quotidiano, l’interruzione, invece di impedire il lavoro artistico, possono diventare un modo nuovo di lavorare, fonte di riflessione creativa. Così l’artista Mary Kelly, ad esempio, crea un’opera, ‘Post Partum Document’, per registrare le varie fasi del rapporto con suo figlio nei primi anni di vita, un lavoro in 165 parti dove è presente una vasta gamma di linguaggi, tra cui quello psicoanalitico, per analizzare il rapporto tra madre e figlio, i ruoli, le difficoltà, le contraddizioni (Donatella Franchi e Barbara Verzini).

Il dià-counselor si serve dell’espressione artistica come strumento di conoscenza e di autoconoscenza, utilizzando tutto quanto la vita e la scoperta di sé portano in superficie. Considera l’arte come una via privilegiata per attivare forze espressive risanatrici se, come Winnicott, consideriamo la creatività una condizione di sanità.

La creatività è la capacità di essere sé stessi, liberi di fluire nel momento presente per rispondere adeguatamente agli stimoli e alle situazioni esterne senza reagire meccanicamente secondo schemi acquisiti. Per riuscire a essere ed esprimere sé stessi, sia attraverso un lavoro artistico che nella vita quotidiana, è necessario liberarsi dalla tendenza ad applicare meccanicamente soluzioni già date. Decondizionarsi è l’obiettivo principale. La comprensione dei meccanismi inconsci e l’analisi degli stereotipi applicati all’espressione artistica facilita la libera espressione di sé.

Il dià-counselor utilizza l’attività artistica come via per attivare forze risanatrici e espressive non verbali. Stimola attività traducibili in esperienze concrete, che permettono di assimilare un sapere basato sull’esperienza, favorendo un aspetto importante della conoscenza, quello legato al fare. Trasformare la materia è un modo per trasformare se stessi, per divenire se stessi. L’uomo è intelligente perché ha le mani, diceva Anassagora.

Sin dalla sua fase sorgiva, uno degli scopi precipui della filosofia è stato contribuire a ‘farci diventare ciò che si è’. L’espressione può apparire paradossale ma è proprio della filosofia il convincimento che esistere e diventare se stessi non sia la stessa cosa e che occorra, al contrario, effettuare un accurato lavoro su se stessi per realizzare appieno la propria essenza (Moreno Montanari).

L’arte è un modo di fare filosofia pratica. L’uomo, attraverso la pratica della virtù (vedi sotto), realizza se stesso; allo stesso modo lo fa attraverso l’arte. Ognuno per realizzarsi a livello artistico deve trovare il proprio peculiare modo di fare arte, la propria immagine, il proprio “stile”, la narrazione coincidente con il proprio personale pensiero sulle cose e sul mondo. Il risultato ha caratteristiche di attualità, personali e generali allo stesso tempo.

Io devo realizzare me stesso, devo trovare un qualcosa che io davvero decido, che non sia il mio alienarmi nell’abilità, e allora a questo punto riemerge, torna la nozione antica di virtù, dove virtù vuol dire sostanzialmente agire in modo che nell’azione si realizzi la mia personalità(...) E infatti cos’è la virtù? I greci avevano una parola, areté, dalla radice ars: l’arte del vivere. Ma se c’è una caratteristica dell’arte rispetto all’abilità e alla prestazione è che l’arte è libera, l’arte non si aliena nel lavoro ma cerca la gloria dell’opera (Podcast di Salvatore Natoli).

Ma com’è possibile individuare la propria strada, la propria virtù? Chi meglio di noi può conoscere le caratteristiche della nostra strada?  Una guida è indispensabile, ma la guida, per il dià-counselor, non è colui che conosce la strada e deve essere seguito ma è una figura che accompagna. Non ha la verità ma ti aiuta a trovare la tua, ti fornisce un metodo per cercare la tua verità, la tua strada, per praticare la tua virtù. Ti mette nella condizione di porti in contatto con la tua personale ricerca.

Per questo motivo il dià-counselor, adottando un metodo di ispirazione socratica, quello di fare domande, mette a tacere (sospende) il proprio modo di concepire il mondo per insegnare a farsi le domande giuste, a restare aperto, sapendo di non sapere. Tale atteggiamento porta a predisporsi all’incontro con la propria strada.

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info: segreteria@diacounseling.it